AGRITURISMO
La Cascina
Tratto da “LE TERRE DELLE CASCINE A MILANO E IN LOMBARDIA - VIAGGIO NELLA STORIA NELL’ARTE E NEL PAESAGGIO” a cura di Roberta Cordani Ed. CELIP MILANO
... Siamo a Cozzo, in Lomellina, alla Cassinetta dei Gallarati Scotti. La cascina antica e ci circonda maestosa, come assonnata nel caldo, il lato del portico in mattoni antichi, il fronte con le vecchie abitazioni dei contadini ricoperto di un intonaco sbiadito. Viene spontanea la prima domanda al nostro ospite: quanto è grande questa corte? un quadrato - mi risponde - di circa 200 metri per lato, in tutto quasi 40.000 metri quadrati. La cascina di origine antica e risale probabilmente al castrum romano trovandosi sulla via che unisce Cozzo a Lomello. La struttura attuale della fine del Settecento, modificata in parte negli ultimi due secoli per far fronte alle nuove esigenze agronomiche e di organizzazione aziendale. Fulco Gallarati Scotti cura personalmente con amore queste terre, che sono della sua famiglia quasi da sempre. Da quando? I Gallarati Scotti si stabiliscono in queste terre dal 1465, quando Francesco Sforza concede a Pietro Gallarati il diritto di acquistare il castello di Cozzo dalla famiglia Caccia di Novara e di prelevare le acque necessarie alla irrigazione delle terre dal fiume Sesia. Il riso in Lombardia - prosegue come per sottolineare quanto storia e paesaggio siano qui vivissimi nella loro trama - arrivato nella seconda met del Quattrocento attraverso gli Sforza, che lo introducono quale pianta pi adatta a queste terre paludose, gradualmente bonificate con mirabili opere di ingegneria idraulica avviate da Leonardo da Vinci e proseguite nel corso dei secoli. A questo proposito mi piace ricordare che fu proprio un antenato della mia famiglia, Pietro Gallarati, a recarsi a Firenze insieme a Cicco Simonetta, allora proprietario del castello di Sartirana, per convincere Leonardo a spostarsi a Milano alla corte degli Sforza. Leonardo inizi la canalizzazione delle terre di Lomellina a Vigevano, nella famosa Sforzesca, poi a Cozzo e a Sartirana, dando inizio a quella coltivazione del riso che oggi rappresenta la principale attività agricola della zona.
La tradizione degli interventi idraulici, che non si è mai interrotta, ha fatto sì che oggi restino poche zone paludose, con risorgive, in parte protette quali monumenti nazionali. Mio padre Lodovico inizia la gestione della Cassinetta nel 1968
È stato uno dei primi proprietari fondiari a riprendere in conduzione diretta l’azienda agricola: in quegli anni molte grandi proprietà erano condotte da affittuari. Ero un ragazzo quando ho iniziato a lavorare qui come coadiuvante, oggi sono imprenditore agricolo. Ma venite, vi porto nei campi». Usciamo dalla corte e, fatti pochi passi, siamo nel cuore delle risaie. Immediatamente percepiamo quanto la Cassinetta viva completamente immersa nella storia del più autentico paesaggio della Lomellina. Acque che corrono nei canali, campi più alti del livello delle stradine che li circondano, piccole chiuse con cascatelle. E il verde del riso che sembra davvero ridere ovunque nel sole; penso ai viaggiatori dei secoli passati o ai conquistatori che, arrivando dalle valli alpine, venivano colpiti dal verde delle campagne lombarde. Ci fermiamo sotto un alto silos, unica ombra visibile a perdita d’occhio. Domando da dove viene tutta quest’acqua e come si gestiscono le ramificazioni dei canali. «L’acqua proviene dai grandi fiumi - il Sesia, il Ticino - e dalle risorgive che raccolgono il deflusso dei ghiacciai; è un sistema che rende la pianura della Lomellina un territorio unico, irrigato in modo capillare dalla natura e dall’uomo, da secoli. La distribuzione generale dell’acqua viene gestita da consorzi che la portano alle singole proprietà, le quali, a loro volta, provvedono in modo autonomo all’irrigazione. Chi governa l’acqua è chiamato camparo o acquaiolo: generalmente persona di grande esperienza poiché dal suo lavoro dipende il buon andamento della coltivazione del riso. Alla Cassinetta, come su gran parte del territorio di Cozzo, l’acqua proviene da un canale, il cavo Scotti, che parte 35 chilometri più a nord, da Vinzaglio, dove al posto della palude originaria vi sono oggi delle risorgive attorniate da campi seminati a riso. Nel 1921 mio nonno, Tommaso Gallarati Scotti, ha costituito il Consorzio Irriguo Cavo Scotti, di cui oggi sono presidente, che fornisce acqua a un bacino di circa 750 ettari. Nella mia azienda una sola persona provvede alla gestione dell’acqua per tutta la proprietà, estesa su una superficie di circa 400 ettari». Prendiamo l’auto e percorriamo qualche chilometro, ci fermiamo a un incrocio di canali, scendiamo e ci guardiamo intorno: siamo alle pendici di un campo che è rialzato almeno di un metro dal livello della strada, uno spettacolo: nella mia inesperienza penso all’Olanda. Stiamo in silenzio, forse per considerare con lo sguardo tutte le rogge e le cascatelle che corrono intorno ai campi. Sembrano quasi giochi d’acqua di un immenso giardino orientale. Circondato dalle montagne che oggi sembrano cingere direttamente i campi, si riconosce il Monte Rosa in lontananza. «Questa terra è per me la zona più bella della Pianura Padana, irrigua naturalmente, poi consolidata da opere di idraulica che l’uomo cura e conserva da secoli». La considerazione di Fulco Gallarati Scotti mi colpisce perché vicina a un tema per me molto caro: la bellezza del paesaggio lavorato dall’uomo. Qui la bellezza del paesaggio coltivato si fa sentire con una particolare forza. Il nostro ospite prosegue: «L’importanza di questi luoghi deriva non solo da fattori paesaggistici e storici, ma anche da motivi economici: è un potenziale agricolo enorme; nel Piacentino, per fare un esempio, dove si fa l’irrigazione a pioggia, si supera di molto, nei costi, l’antica irrigazione a scorrimento della Lomellina». Penso con gratitudine al lavoro secolare degli uomini che hanno reso il potenziale economico (e naturale) anche un risultato paesaggistico, fosse sempre così.
«Oggi i campi di riso sono uno spettacolo: tutto riquadrato, organizzato e curato - continua Fulco Gallarati Scotti -. La nostra piana irrigua è la zona più a nord del mondo dove si coltiva il riso e l’Italia è la prima produttrice europea di riso: si producono dai 13 ai 15 milioni di quintali l’anno; la provincia di Pavia è quella in cui si coltiva più riso in Italia e in Europa, qui l’agricoltura e il suo indotto rappresentano circa il 30% del prodotto interno lordo». Guardo le verdi piccole piante con affetto - da allora ho imparato a osservarle con molto rispetto anche dall’auto che corre in autostrada, verso Milano - e mi domando in silenzio come ho potuto ignorare la grande storia del riso lombardo fino a oggi, quante sarebbero le domande... mi limito a chiedere quando inizia la semina.
«Nel mese di aprile e finisce nei primi giorni di maggio, i campi sono coperti d’acqua sino ai primi di giugno, poi iniziano a essere verdi per le piantine giovani, che si trasformano in giallo oro nel mese di settembre, prima del raccolto che si conclude a fine ottobre; tutto può variare di qualche giorno, dipende dalle stagioni»
Siamo tornati nel grande cortile, vicino alle abitazioni ora vuote. Incuriosita, chiedo se è qui che stavano le mondine. «No, qui fino agli anni Sessanta abitavano le famiglie dei salariati; al piano terreno era il locale per la cucina con il camino e sopra una camera per dormire. Le mondine lavoravano come stagionali, venivano per la semina e per la pulitura del riso dalle “male erbe”; dormivano in uno stabile che alla fine della stagione diventava magazzino. In cascina arrivavano circa centocinquanta mondine, dal Veneto o dall’Emilia. Il lavoro era duro, dal mattino alla sera con brevi soste sotto alcuni ripari, all’ombra nelle ore più calde. Oggi il lavoro di mondine e braccianti è sostituito dalla semina a spaglio eseguita meccanicamente, mentre la pulizia del riso è effettuata con fitosanitari. Il raccolto, che allora era fatto da molti lavoratori stagionali, oggi è opera di una sola macchina, enorme e costosa, la mietitrebbia, azionata da una persona». Domando ancora quando sono comparse le prime macchine. «Intorno agli anni Venti, con i primi trattori e le prime battitrici di riso che stazionavano sull’aia. I braccianti, raccolte le piante di riso, formavano i covoni che venivano portati sull’aia per essere battuti. Il “risone” che ne derivava veniva lasciato a essiccare. L’essiccazione, oggi effettuata in modo forzato spingendo meccanicamente aria calda sul risone, consente di conservarlo per lunghi periodi prima della vendita. Tutto il processo, dalla semina alla vendita, oggi molto semplificato, era un’epopea: quattro persone svolgono le mansioni che una volta richiedevano il lavoro manuale di circa duecento persone». Entriamo in una delle abitazioni, ora adibita a stanza dove sono piccole macchine che puliscono il riso per valutarne la resa a etto campione, dopo la pulitura. Sono vecchie eleganti sbramatrici in miniatura: Gallarati Scotti aziona la prima macchina e il riso esce pulito. Occorrono vari passaggi, è la simulazione di un procedimento che avviene nei grandi impianti delle riserie. Aogni giro di macchina una manciata di riso viene posata su un vassoio di legno metà bianco e metà nero: i due colori mettono in evidenza le imperfezioni. Il riso va ancora pulito e passato in speciali setacci, i vagli. Sono tutte le operazioni tradizionali che ancora oggi si effettuano, ma industrialmente e con macchine più moderne. Ci rechiamo al castello di Cozzo. È vicino, dai campi già si intravedeva la torre, circondata dalle sagome dei monti. Dalle fotografie aeree si vede come l’antica costruzione quasi si specchi nelle acque delle risaie che lambiscono le mura. Quando arriveremo al castello saremo affascinati da ogni cosa, ma soprattutto da un affresco che raffigura l’incontro al castello di Luigi XII, re di Francia, con Pietro Gallarati nel 1499. Sono ritratti di profilo, con accuratezza, si distinguono le espressioni dei volti. Il re di Francia, i signori di Cozzo e altri personaggi storici si incontrano in queste terre, così importanti per la vita economica della regione. Ora Fulco Gallarati Scotti, con il suo impegno e amore per questa terra, che la sua famiglia ha preservato da ogni trasformazione negativa, ci farà riflettere per giorni. È una parte fondamentale della storia del paesaggio di Lombardia, oltre che della sua storia economica. Capisco l’emozione provata al mio arrivo nella grande corte della Cassinetta e il profondo, ampio respiro che qui si può sentire. Un paesaggio bellissimo, in certi punti forse non troppo dissimile da quello che osservavano i personaggi ritratti in quell’affresco.
Foto di Franco Papetti
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